Passaporto Digitale dei Prodotti: le nuove regole UE

Passaporto Digitale dei Prodotti: le nuove regole UE

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Da qui al 2030 entrerà in vigore il Regolamento UE ESPR il quale, tra le varie misure, include il Passaporto Digitale dei Prodotti (o DPP).

Cos’è il Digital Product Passport? Quali settori riguarda? Quali impatti porterà con sé? In questo articolo facciamo il punto della situazione. 

Passaporto Digitale dei Prodotti: cos’è il DPP

Il Passaporto Digitale dei Prodotti è un registro digitale contenente una serie di informazioni relative alla catena del valore di un articolo.

A breve, le aziende europee dovranno accompagnare ogni prodotto con un dettagliato elenco di dati relativi al suo ciclo di vita, dalla produzione al riciclaggio, passando per la riparabilità e lo smaltimento

Digital Product Passport: come funziona?

La fruizione dei DPP sarà più chiara dal momento in cui vedranno la loro piena applicazione ma è probabile che per accedere al passaporto digitale di un prodotto si sfrutteranno standard già presenti nel mercato come i codici QR.  

Una volta scannerizzato, il codice restituirà al consumatore un insieme di dati di dettaglio relativi a materiali, composizione, ciclo produttivo, variabili da settore a settore. 

A cosa serve il Passaporto Digitale dei Prodotti

Per comprendere lo scopo del passaporto digitale prodotto va detto che è parte del regolamento ESPR, approvato nella primavera 2024.

ESPR sta per Ecodesign for Sustainable Product Regulation, regolamento che si colloca nell’ambito del Green Deal, pacchetto di iniziative UE per ridurre di almeno il 55% le emissioni entro il 2030.

Il focus di ESPR è estendere la progettazione ecocompatibile alla maggior parte dei prodotti presenti sul mercato UE per ridurre l’impatto ambientale del loro ciclo di vita, come già oggi avviene per gli elettrodomestici.

ESPR, inoltre, introduce nuovi requisiti e standard in merito a durabilità, riparabilità, efficienza energetica e riciclaggio degli articoli, al fine di contrastare l’obsolescenza programmata e favorire la circolarità.

In questo contesto, il Passaporto Digitale dei Prodotti fungerà da punto di riferimento informativo:

  • per le aziende, che disporranno di una leva di trasparenza oggettiva e concreta
  • per i consumatori, che potranno operare scelte più consapevoli e verdi
  • per le autorità – che ricevendo i dati per esporli nei propri portali – saranno facilitate nei controlli e aumenteranno la fiducia dei consumatori.

… ok ma la concorrenza?

In effetti, nel libero mercato, i doveri di trasparenza delle aziende possono collidere con la tutela della concorrenza.

L’ampia portata informativa del DPP, potrebbe compromettere la riservatezza di dati strategici, come quelli relativi ai flussi di produzione e approvvigionamento.

Per questo motivo, il Legislatore ha chiarito che di tutte le informazioni inserite nel DPP solo una parte saranno accessibili ai consumatori, mentre altre lo saranno solo da soggetti con “un interesse legittimo”, stabiliti dal Regolamento stesso o dalla Commissione.

Passaporto Digitale dei prodotti esempi di dati e informazioni

Quando sarà obbligatorio il Digital Product Passport?

Prima dell’entrata in vigore dei DPP sono previsti almeno due passaggi:

  • la Commissione Europea presenterà, nel 2025, un piano di lavoro triennale, stabilendo le tipologie di prodotti coinvolte dal regolamento
  • definite le tipologie di prodotti, per ciascuna di esse verrà realizzato un atto delegato, che sancirà a quali dati dovrà attenersi ogni settore

In generale, diventerà obbligatorio dal 2027 per gran parte dei comparti produttivi, anche se non mancano le eccezioni.

Passaporto digitale dei prodotti: si parte dalle batterie

Da una prima analisi della Commissione Europea, le categorie di prodotti interessate per prime dalla novità Digital Product Passport parevano essere: batterie, tessile, elettronica ed edilizia.

Ad oggi, per una di esse, l’obbligo è già fissato.

Dal 1° febbraio 2027, infatti, le aziende di batterie dei veicoli elettrici dovranno prevedere – per ogni articolo di capacità maggiore di 2kWh – un DPP con informazioni su durabilità, prestazioni e impatto sulla CO2.

L’UE ha istituito un registro elettronico unico delle batterie, nel quale convergeranno i vari passaporti digitali dei prodotti, per finalità di vigilanza.

Quali saranno i prossimi settori obbligati al passaporto digitale dei prodotti?

Un nuovo studio della Comissione Europea realizzato a fine 2024 dal Joint Research Centre, ha individuato le prossime categorie merceologiche per le quali è probabile scatterà l’obbligo del passaporto digitale prodotto:

  • tra i prodotti finali: abbigliamento, tessile e calzature, mobili, pneumatici, prodotti per la cura e l’igiene personale e della casa, cosmetici, giocattoli, vernici, materassi;
  • tra i semilavorati: prodotti chimici di base, ferro, acciaio, plastica e polimeri, vetro, pasta di legno e carta.

In generale, è probabile che il Digital Product Passport – proprio per i suoi obiettivi di capillarità – verrà esteso a qualsiasi altro settore merceologico, con poche esclusioni (che pare riguarderanno articoli alimentari, mangimi, veicoli e farmaci).

Su quale tecnologia si baserà il Digital Product Passport?

I rumors sono concordi nel ritenere che la tecnologia che consentirà l’affermazione del DPP sarà la blockchain, nota per offrire un’infrastruttura digitale che garantisce sicurezza, trasparenza e immutabilità di ogni record immesso dai vari attori di una catena informativa.

A proposito, il passaporto digitale nella moda di lusso esiste già

Il Fashion, in particolare quello che occupa la fascia più alta del mercato, è da sempre precursore delle evoluzioni digitali di maggior rilievo. 

Non sorprende che anche in questo frangente si sia mosso in anticipo, attraverso un consorzio e un progetto ad adesione volontaria denominato Aura Blockchain.

La piattaforma, sviluppata da colossi del calibro di LVMH, OTB, Cartier e Gruppo Prada, offre una tracciabilità che mette al riparo i consumatori da contraffazioni.

Tod’s, ad esempio, ha inserito nelle sue Di Bag un tag NFC (Non-Fungible Token) che sfrutta la blockchain del progetto Aura per restituire al cliente – che scansiona col suo smartphone – dati che attestano l’autenticità e la provenienza dei materiali della borsa.

Tods passaporto digitale dei prodotti nfc

Il 49% dei consumatori sa già che cos’è il passaporto digitale del prodotto

Proprio il fashion risulta essere il settore i cui consumatori sono più pronti.

Una ricerca riportata da Forbes evidenzia come metà dei clienti del settore conosca il Digital Product Passport, i quali lo ritengono uno strumento utile di attestazione di autenticità del marchio (56%).

DPP: alle aziende serviranno software ad hoc?

La gestione del DPP è strettamente connessa a quella delle informazioni di prodotto e, in particolare, alla loro centralizzazione, arricchimento e distribuzione.

In vista del nuovo obbligo, è evidente che le aziende destrutturate dal punto di vista del Product Information Management potranno cogliere la palla al balzo per dotarsi di software PIM – o meglio ancora – di software PXM.

Le aziende che invece hanno già intrapreso percorsi di digitali del genere, dovranno accertarsi che i tool in uso supportino la gestione e la propagazione dei dati dei DPP

La nostra piattaforma, ad esempio, è SaaS, offre un data model iper-flessibile e, grazie alle API, distribuisce contenuti (dati e media) di prodotto su qualsiasi canale. Caratteristiche fondamentali per ottemperare ai futuri obblighi del DPP.

Da obbligo normativo a opportunità di business

I DPP sono molto più che un obbligo normativo. 

I Passaporti Digitali di Prodotto, infatti, possono essere uno strumento utile per condividere informazioni e documenti che arricchiscono l’esperienza di prodotto, attraverso attestazioni certificate di autenticità di qualità di un brand.

Si tratta inoltre di uno strumento democratico per promuovere azioni di sostenibilità, perché i dati viaggiano su un circuito garantito da terzi, rendendo più facile individuare fenomeni di greenwashing

Ultimo ma non meno importante, può favorire la vendita di servizi o prodotti aggiuntivi quali la riparazione, lo smaltimento, articoli per la manutenzione e la riparazione.

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Product eXperience Management: cos’è il PXM?

Product eXperience Management: cos’è il PXM?

Product eXperience Management: cos’è il PXM?

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Nelle prossime righe approfondiremo il concetto di Product eXperience Management; scioglieremo l’acronimo PXM, spiegando cosa si intende per Product eXperience e quali sono i software migliori per la gestione dell’esperienza prodotto.

Cosa significa Product eXperience?

Il termine Product eXperience (PX) è una nicchia del più ampio concetto di User eXperience (UX).

Mentre quest’ultima comprende la galassia di relazioni di un utente con l’intera organizzazione (prodotti, processi, persone, brand), la Product eXperience si focalizza sulle interazioni di prodotto dei clienti lungo il Customer Journey.

Cosa si intende per Product eXperience Management

Con PXM, acronimo di Product eXperience Management, ci si riferisce alla gestione dell’esperienza prodotto, cioè l’insieme di attività atte a rendere l’esperienza cliente (customer experience):

  • completa: ricca cioè di dettagli necessari alla valutazione e all’acquisto
  • consistente: coerente su qualsiasi touchpoint, in ottica omnicanale
  • ingaggiante: dinamica, in grado di coinvologere ogni utente.
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Secondo Forrester, una CX di qualità moltiplica di 7 volte la fedeltà alla marca e funge da volano per il passaparola positivo (Word of Mouth in gergo), il quale stando a Nielsen nel 92% dei casi impatta positivamente nella propensione all’acquisto dei nuovi clienti.

A proposito di esperienza web, inoltre, va segnalato che il 2025 sarà un anno caldo anche sul fronte accessibilità, con l’entrata in vigore dell’European Accessibility Act.

La gestione dell’esperienza prodotto nell’era dell’omnicanalità

Fino a qualche tempo fa, quando un potenziale cliente si sarebbe potuto accontentare di trovare un prodotto online, software come DAM e PIM sarebbero potuti bastare.

Rispettivamente Digital Asset Management e Product Information Management, questi software centralizzano e distribuiscono media e informazioni di prodotto. 

Tuttavia, in un contesto omnicanale, in cui fisico e digitale si intrecciano senza sosta, agli utenti non bastano brand presenti, ma si aspettano coerenza, coinvolgimento e personalizzazione.

Ecco che alle più tradizionali attenzioni dei retailer verso l’esperienza in store – come le strategie di visual merchandising e i progetti di percorsi in negozio – si aggiungono aspetti quali la qualità di PDP e PLP di e-commerce e marketplace o la condivisione rapida di cataloghi prodotti digitali B2B.

In altre parole, tool come DAM e PIM che pubblicano dati o foto non bastano più.  

I software PXM: tool di Product eXperience Management 

I software PXM garantiscono il controllo omnicanale della CX, andando oltre DAM e PIM.

Essi, infatti, permettono di governare asset digitali e informazioni di prodotto da un unico tool e, soprattutto, spostano il focus dai processi dell’azienda (come fanno DAM e PIM con la creazione e pubblicazione di media e dati) al cliente (concentrandosi sulla qualità dell’esperienza tout-court).

Concretamente, un software di Product eXperience Management agisce su tre fronti:

  • data and media centralization: le informazioni e i contenuti multimediali di prodotto (ma anche di brand) convergono in un’unica piattaforma, in cui vengono associati tra loro in automatico;
  • product content syndication: i cataloghi digitali e le schede prodotto vengono aggiornate in tempo reale in modalità omnicanale;
  • catalogs and PDP experience: oltre alla pubblicazione, le schede prodotto sono arricchite da formati interattivi (es. 3D), girano alle massime performance (anche in caso di picchi di traffico) e viene ottimizzata in modo dinamico l’esperienza di ogni utente in base al canale in cui si trova.

Digital Shelf Optimization: benefici del PXM per il B2C

In ottica B2C, un software di Product eXperience Management opera la cosiddetta Digital Shelf Optimization, ovvero l’ottimizzazione di vetrine e scaffali web del brand.

Tra i benefici in chiave business-to-consumer che un PXM software garantisce ai brand vi sono:

  • migliore posizionamento SEO: grazie alla ricchezza di informazioni (anche multi-lingua) e all’ottimizzazione dei media che rendono più leggere le pagine web
  • riduzione dei resi: maggiori dettagli minimizzano le possibilità di acquisti errati
  • time to market: si accelerano tutti i flussi di creazione, organizzazione e pubblicazione 
  • brand consistency: perché un PXM aggiorna ogni canale web all’istante e in modo capillare, senza data entry manuale e i possibili errori che possono derivarne.

Campagnolo and SeeCommerce Success Case

Store, dealer e sales: benefici del PXM per il B2B

Una soluzione di Product eXperience Management favorisce anche l’esperienza dei clienti B2B.

In primis, grazie alla centralizzazione dei contenuti relativi ai prodotti, gli agenti sales dispongono di una fonte di verità unica, aggiornata in tempo reale e costantemente allineata alle informazioni condivise dagli altri team, come ad esempio marketing e prodotto.

Campagnolo ECommerce PIM and PXM

In questo modo, la relazione tra agente di vendita e cliente B2B diventa più rapida ed efficace.

Inoltre, specie se in grado di supportare la creazione di Brand Portal personalizzati, un software PXM può rendere ancora più agile e di valore l’esperienza di altri partner, come i distributori B2B.

Con i portali di brand, infatti, si offre anche un accesso esterno sicuro e costante al patrimonio di dati e media di prodotto, rendendo prive di interruzioni le iniziative promozionali di ogni stakeholder. 

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Brand Portal: cos’è, a cosa serve e 4 esempi

Brand Portal: cos’è, a cosa serve e 4 esempi

Brand Portal: cos’è, a cosa serve e 4 esempi

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In questo articolo faremo luce sulla definizione di Brand Portal, chiarendo cos’è, a cosa serve, come funziona, quali benefici garantisce e analizzando qualche esempio pratico di Portal Brand.

Cos’è un Brand Portal?

Un Brand Portal è un portale web attraverso il quale un’azienda condivide informazioni e materiali relativi al suo (o ai suoi) brand con stakeholder prevalentemente esterni all’organizzazione.

Nella maggior parte dei casi un “portal brand” (o Brandportal) è un hub cloud popolato da contenuti multimediali a cui ci si può collegare tramite l’inserimento di credenziali per visualizzare e scaricare foto, video, manuali, template e brand guidelines messe a disposizione dall’azienda.

I benefici di un portale di brand

Offrire ai propri partner uno spazio cloud dal quale fruire dei materiali di brand ha benefici sia all’interno sia all’esterno dell’organizzazione. 

Da un lato, i team di brand, marketing e comunicazione, riducono il tempo speso e le interruzioni derivanti dalle continue richieste di materiali aggiornati avanzate da sales (agenti B2B) o da retailer.

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La rete vendita è autonoma nell’accesso ai contenuti necessari per promuovere e vendere, vedendo così migliorate la sua esperienza, le performance di vendita e la coerenza di brand omnicanale.

In generale, inoltre, la soluzione aumenta il controllo del marchio, che in un istante può verificare gli asset in circolo, aggiornarli o revocarli, condividendo i file sempre al riparo da accessi indesiderati.

Quali sono le funzionalità essenziali di un Brand Portal?

Trattandosi di un repository di file, una delle caratteristiche più comuni di un Brand Portal è la flessibilità di organizzazione degli spazi, solitamente un’alberatura digitale di cartelle, alle quali vengono assegnati diritti di accesso diversificati agli utenti (es: solo lettura, download, etc.).

Fondamentali, ai fini di un’adeguata esperienza utente, risultano essere motore di ricerca, filtri e ordinamenti, che permettano di ritrovare all’istante ciò di cui si ha bisogno. 

L’identità visiva di un portal brand, inoltre, solitamente è personalizzabile con header, colori e loghi, che accentuano positivamente la Brand Experience degli utenti che navigano il portale.

Il ruolo chiave dell’integrabilità per un portale di brand

Come spesso accade in ambito IT, anche per quanto riguarda i Brand Portal uno degli aspetti cruciali riguarda l’integrabilità. Da questo punto di vista possiamo distinguere tre portali di brand:

  • Brand Portal non integrati
  • Brand Portal integrati a un software DAM
  • Brand Portal integrati a una soluzione di Product eXperience Management (DAM+PIM).

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Un Brand Portal non integrato è un repository di file che pur assolvendo all’esigenza di condivisione di asset digitali, è distaccato dallo stack IT e, in quanto tale, va alimentato e aggiornato a mano.

Diversa la situazione invece per un Brand Portal integrato a un software DAM, il quale popola in automatico il portale con la versione più aggiornata di ogni contenuto e dei relativi metadati che si desidera condividere all’esterno, evitando ai team marketing doppi caricamenti manuali. 

DAM sta per Digital Asset Management, software con cui le aziende gestiscono l’organizzazione, la condivisione interna, l’approvazione e la distribuzione web di asset digitali come foto e video.

I vantaggi di un Brand Portal integrato a un software PXM

Un Brand Portal integrato a un software PXM (Product eXperience Management) fa indubbiamente la differenza, sia da un punto di vista interno che da un punto di vista esterno all’organizzazione.

Un PXM, infatti, combina funzionalità dei software DAM a quelle dei software PIM (Product Information Management). Ciò significa che un Brand Portal integrato a un PXM distribuisce in automatico contenuti multimediali, i metadati e gli eventuali dati del prodotto che rappresenta.

In altre parole, l’azienda azzera il tempo speso per condividere sia gli asset di brand sia quelli relativi ai cataloghi prodotti, moltiplicando l’agilità di più flussi di business B2B. 

4 esempi concreti di Brand Portal

Noi di WARDA affianchiamo da anni diverse eccellenze mondiali.

SeeCommerce PXM, combina funzionalità DAM e PIM e integra in modo nativo uno o più Brand Portal (Touchpoints) con cui distribuire in tempo reale brand assets, dati e cataloghi di prodotto.

 Un Brand Portal è uno strumento flessibile, adatto a scopi molto differenti tra loro. Ecco quattro esempi di come lo impiegano alcuni dei nostri clienti.

1. B2B Trade Portal

Campagnolo, tra i più prestigiosi brand globali di ruote e gruppi di alta gamma per biciclette, ha implementato ben due Brand Portal con SeeCommerce PXM. 

Il primo è un Trade Portal, sistema attraverso il quale mette a disposizione dei suoi distributori, un portale sempre aggiornato dal quale visualizzare e scaricare immagini di campagne, locandine, video promozionali e informazioni relative ai suoi prodotti.

Campagnolo and SeeCommerce Success Case

2. Press Portal

Un secondo esempio di applicazione dei portali di brand è quello del Press Portal.

Tornando all’esempio di Campagnolo, il brand lo utilizza per condividere in tempo reale con PR e i giornalisti di ogni testata brand assets sempre aggiornati di qualsiasi articolo in catalogo.

3. B2B Agent Portal

Diversi clienti sfruttano Touchpoints (le funzionalità di Brand Portal di SeeCommerce) per plasmare un portale da cui gli agenti accedono on demand a un vero e proprio catalogo prodotti.

Perfetto per supportare con flessibilità e rapidità le operation di business, un Agent Portal azzera ritardi e disallineamenti tra brand e vendita, potenziando la Brand eXperience e performance sales.

4. Heritage Portal

Un altro esempio è il caso di Vibram, leader mondiale nello sviluppo e nella produzione di suole in gomma ad alte prestazioni, e il suo Heritage Portal.

Sfruttando SeeCommerce PXM, il brand ha costruito un portal brand di tipo heritage, in cui ha archiviato, classificato e reso ricercabili oltre 5.000 contenuti multimediali storici dell’azienda

Vibram Digital Portal Heritage by SeeCommerce

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7 trend 2025 sul Product Information Management

7 trend 2025 sul Product Information Management

7 trend 2025 sul Product Information Management

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Nei prossimi undici mesi il valore globale di vendite online toccherà i 7 trilioni di dollari (Statista). 

A fronte di questa crescita, quali sono i trend di acquisto da monitorare con maggiore attenzione e che saranno più rilevanti per chi si occupa di Product Information Management?

Okay i PIM trend… ma sai già cos’è il Product Information Management, vero?

In questo blog abbiamo già affrontato da un punto di vista teorico il tema della gestione delle informazioni di prodotto (Product Information Management), spiegando cosa si intende con l’acronimo PIM e analizzando anche il funzionamento dei PIM software.

Ti consigliamo di leggere l’articolo sul PIM se vuoi approfondire l’argomento prima di passare ai trend 2025 di gestione delle informazioni di prodotto.

#1 Occhio ad Africa e America Latina

Per volumi e valori, USA, UE e Cina restano leader dello shopping online; ma la geografia del settore sta cambiando. E in modo repentino.

Tra il 2020 e il 2023, infatti, le vendite web in Africa sono aumentate del 40% e, nell’arco di un lustro, toccheranno la cifra record di 75 miliardi di dollari. Tendenza analoga anche per il Sud America, che lo scorso anno ha superato la soglia di 100 miliardi di dollari.

Nello specifico, l’e-shopping in paesi come Brasile e Messico sta galoppando con una crescita annua del 25%. (Dati Statista).

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#2 Gli acquisti mobile non si fermano più

Stando alle proiezioni eMarketer & Statista, il valore di acquisti online effettuati da mobile negli USA nel 2025 sarà il doppio di quello misurato nel 2021 (710,4 miliardi vs 362,1).

Ogni 100 acquisti sul web 68 avvengono da smartphone, meno di un terzo da desktop o tablet.

(Statista).

#3 Lo shopping web B2B cresce in doppia cifra

Gli acquisti digitali crescono a tutto tondo, B2B incluso.

Da qui ai prossimi due anni è previsto un aumento del 12.2% annuo, passando dai 26,6 miliardi di vendite online B2B del 2024 ai 37,1 del 2027. Focalizzandoci sull’UE, il trend non cambia, con una previsione di +11% rispetto all’anno precedente.

 (Lo scenario e i trend del B2B Digital Commerce, NetComm, 2024).

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#4 Il Social Commerce volerà su TikTok

Proseguiamo la nostra carrellata dei PIM trend parlando di Social Commerce.

Se ne parla da tempo e pare a ragion veduta – nonostante le frenate di Meta sul tema – dato che su TikTok i social buyers nel 2026 saranno 39,5 milioni, segnando un +67% rispetto al 2022 (Statista).

Un dato da tenere a mente, soprattutto considerata la diffusa tendenza dei competitor ad emulare algoritmi e funzionalità del social cinese.

#5 La sostenibilità farà la stessa fine dei piani DE&I?

L’attuale caduta degli investimenti in progetti e iniziative in Diversity Equity & Inclusion (DE&I) dei colossi USA ha confermato i timori che, dietro molte attività d’impresa a scopo sociale si celasse un opportunismo che, secondo molti, riguarda anche il greenwashing.

Per greenwashing si intende un ambientalismo di facciata, attuato tramite strategie di comunicazione da alcune aziende, al fine di plasmare un’immagine falsamente (o esageratemente) ecologista.

I consumatori, però, continueranno ad essere sensibili sul tema e le vendite di seconda mano, complice anche l’inflazione, non vanno sottovalutate.

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#6 La realtà aumentata accelera il passo

Quest’anno il contributo dell’Augmented Reality (AR) alle vendite retail globali per qualcosa come 36 miliardi di dollari.

Non è un caso, dato che il 4 consumatori su 10 sono disposti a pagare di più potendo testare i prodotti da casa con funzionalità di AR.

#7 Aumenta ancora il Buy Now Pay Later 

BNPL è l’acronimo che sta per Buy Now Pay Later, modalità di pagamento dilazionata che nel 2023 è stata scelta da oltre il 40% dei consumatori web.

Il giro d’affari, a fine 2024, pare abbia sfiorato la cifra record di 95 miliardi.

In particolare, nel mercato italiano le richieste BNPL nel 2024 sono aumentate del 34,2% rispetto al 2023, trainate dai consumatori della generazione Z e dal Sud Italia (+43% entrambi i cluster), dal genere femminile (circa il 60% del totale). (Dati resi disponibili dal Rapporto sul Credito Italiano).

 

Per non parlare dell’AI

Vogliamo evitare di ripetere ciò che quasi sicuramente leggerai da mesi ovunque ma un accenno all’intelligenza artificiale è d’obbligo.

L’AI non solo sta già impattando i processi di gestione dei dati di prodotto, ma spalancherà presto a scenari inediti anche per i clienti di e-commerce e marketplace.

Lo scorso novembre, ad esempio, Perplexity ha lanciato un AI shopping assistant che guida gli acquirenti tra centinaia di prodotti sul web.

Cavalca il presente e anticipa il futuro con SeeCommerce

Prima di salutarti, vogliamo ricordarti che un software PXM come SeeCommerce può rivelarsi prezioso per anticipare e governare queste e molte altre sfide legate ai PIM trend e, in generale, al Product Information Management.

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PDP e PLP: cosa sono Product Detail e Product Listing Page

PDP e PLP: cosa sono Product Detail e Product Listing Page

PDP e PLP: cosa sono Product Detail e Product Listing Page

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Nell’ambito dello shopping online PDP e PLP sono elementi essenziali.

In questo articolo scoprirai il significato di Product Detail Page e Product Listing Page, la differenza tra PDP e PLP, la loro struttura e come un software PXM possa essere decisivo per costruirle, popolarle e distribuirle al meglio.

Cosa significa PDP e PLP nel mondo e-commerce e marketplace

Se si parla di shopping online l’acronimo PDP sta per Product Detail Page, mentre la sigla PLP sta per Product Listing Page.

Com’è intuibile dal nome, la pagina di dettaglio del prodotto contiene tutte le informazioni rilevanti di un articolo o un servizio promosso o venduto online.

La PDP solitamente evidenzia al cliente nome, descrizione, prezzo oltre a informazioni sul modello e varianti, sulla spedizione e sui resi, oltre che sulle modalità di pagamento

La Product Detail Page, inoltre, è quasi sempre corredata di asset digitali come immagini – classiche o a 360° – e video del prodotto.

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La Product Listing Page – in italiano Pagina di Elenco dei Prodotti – offre invece uno spaccato del catalogo online dell’azienda, attraverso un layout a griglia.

La PLP appare dopo che l’utente – all’interno dello shop online – seleziona una categoria, effettua una ricerca o applica un filtro.

Essa offre un set di dati più ristretto rispetto alla PDP come nome, prezzo, foto di anteprima ed eventuali etichette di novità o sconti. 

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Perché PDP e PLP sono importanti?

Risposta breve: sono entrambi essenziali per la customer experience.

Ricorrendo a una metafora, potremmo dire che la PLP è il faro che guida la navigazione mentre la PDP il porto che accoglie chi naviga un e-shop. 

Nella maggior parte dei casi, la PLP è la prima interazione tra utente e prodotti; un passaggio spesso necessario per arrivare alla PDP, il punto di conversione, in cui avviene concretamente l’acquisto.

PDP, PLP ed e-commerce: un po’ di consigli

Ci sono PDP e PLP che funzionano meglio di altre. Perché?

La risposta è complessa in quanto composta da un mix di scelte e competenze di copywriting, grafica e web design; ma ci proviamo! 

Product Listing Page (PLP): a cosa prestare attenzione

Considerata la sua natura esplorativa, la PLP deve disporre di poche informazioni ma essenziali, offrendo all’utente ricerche rapide, filtri potenti e ordinamenti intuitivi.

E-commerce e marketplace, infatti, abbattono i fisiologici limiti degli spazi fisici rendendo potenzialmente illimitato l’assortimento, che deve però essere ricercabile in modo facile e immediato.

Inoltre, in ottica di omnicanalità, è fondamentale che la PLP sia responsive.

Product Detail Page (PDP): quali sono i fattori chiave

Per quanto riguarda la Pagina di Dettaglio Prodotto, oltre a una Call to Action (CTA) inequivocabile ed evidente (es. Aggiungi al carrello), per la PDP la gestione delle informazioni di prodotto risulta strategica.

L’utente in PDP, infatti, si aspetta dati esaustivi, tradotti e sempre aggiornati sui prodotti e servizi offerti, oltre a immagini e video di qualità

Le PDP convertono gli utenti… delle PLP

Guai a sottovalutare le PLP e a focalizzarsi solo sulle PDP.

Le Product Detail Page, è vero, convertono e sono loro ad alimentare i carrelli. Ma lo fanno grazie al posizionamento SEO generato soprattutto dalle PLP.

In particolare, le pagine di categoria – rispetto a quelle specifiche di un prodotto – secondo uno studio JumpFly registrano il 19% in più di parole chiave in ranking e generano oltre il 400% in più di traffico stimato.

PDP e PLP: metriche chiave da analizzare

Tra gli indicatori per misurare l’efficacia delle PDP vi sono il tasso di conversione della pagina, il tempo medio trascorso, la percentuale di clic sulle CTA.

Per la PLP, invece, oltre al tempo medio e al tasso di uscita, si misura il numero medio di prodotti visualizzati, la quota di clic verso le PDP.

Oltre a tool di web analytics, sono utili all’analisi le mappe di calore (heatmap) che evidenziano le aree più cliccate o viste (con dispositivi di eye-tracking) dagli utenti.

Heatmap pagina web SeeCommerce esempio

L’impatto del Product eXperience Management su Product Listing Page e Product Detail Page

Specie nel caso di strategie multicanale con assortimenti ampi e profondi, gestire PDP e PLP può diventare una questione annosa.

Un software di Product eXperience Management centralizza, ottimizza e distribuisce dati e contenuti multimediali dell’intero catalogo prodotti.

In aziende medio-grandi un PXM software è fondamentale per disporre di informazioni chiare, precise, distribuite in tempo reale, ordinabili e filtrabili su ogni canale.

Product Information Management PIM ruolo chiave dei dati di prodotto e impatti sulle recensioni negative per settore

Allo stesso modo, immagini e video – di ogni formato – vengono ottimizzate in modo dinamico e pubblicate alla massima qualità possibile, garantendo al contempo velocità di caricamento a ogni pagina web, PDP o PLP. 

D’altro canto, la scarsa attenzione alla qualità di dati e contenuti multimediali, è una delle principali cause di recensioni negative nello shopping online.

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